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Coro di no contro l’aumento delle aliquote Iva

Pubblicato lunedì 12 marzo 2018

È un coro di no quello che si leva da più parti, di nuovo, contro il ventilato aumento delle aliquote Iva all’avvicinarsi dell’approvazione del Def.
Solo per citare le prese di posizione più recenti, ricordiamo, per cominciare, Federalimentare, che giudica “grave e irresponsabile la proposta di chi comincia a ventilare la possibilità che forse l’Italia potrebbe fare un sacrificio e accettare l’aumento delle aliquote Iva liberando così risorse per altri interventi”. Per il presidente Luigi Scordamaglia, “considerando che un tale aumento provocherebbe un nuovo crollo del mercato interno e un aumento dei prezzi di beni di prima necessità, questo provvedimento riscuoterebbe un doppio effetto negativo”. Da un lato si assisterebbe a un’ulteriore depressione dei consumi alimentari, dall’altro crescerebbe ulteriormente il gap tra le famiglie (sempre meno) che non hanno problemi di potere di acquisto e possono indirizzarsi verso prodotti premium e quelle (sempre più numerose) che non riuscirebbero a far fronte ai significativi aumenti su beni alimentari di prima necessità e dovrebbero quindi ulteriormente ridurre anche qualitativamente la propria alimentazione.
Stessa musica dal fronte dei consumatori, visto che per il Codacons un eventuale incremento delle aliquote Iva a partire dal 2019 produrrebbe una stangata per gli italiani pari a 791 euro annui a famiglia solo di costi diretti. “Un provvedimento che va evitato ad ogni costo perché avrebbe effetti depressivi sui consumi fino a -0,7% e un impatto negativo sul Pil. L’esperienza degli ultimi anni –  spiega il presidente Carlo Rienzi – ha dimostrato come l’incremento delle aliquote Iva non ha prodotto i risultati sperati, perché le famiglie hanno reagito all’aumento dei prezzi al dettaglio riducendo i consumi, con conseguenze drastiche per il commercio e l’economia del Paese”.
Di una perdita nel corso del prossimo triennio di 23 miliardi di euro di consumi (circa 885 euro a famiglia) parla invece Confesercenti: uno stop alla domanda interna che farebbe rallentare anche il Pil, con una riduzione di 1,2 punti della crescita stimata del prodotto interno lordo tra il 2019 ed il 2021.

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