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La “trappola” dell’Iva

Pubblicato lunedì 11 marzo 2019

C’è una tassa che incombe su ogni famiglia italiana, vale in media 538 euro, ma colpisce in modo più pesante i liberi professionisti e gli imprenditori (857 euro) e le famiglie che vivono in Lombardia e Trentino Alto Adige (658 e 654 euro, rispettivamente). È l’aumento dell’Iva previsto dall’ultima manovra, a partire dal primo gennaio 2020.
La tecnica è quella delle clausole di salvaguardia. Discutibile, ma ormai collaudata dal 2011: prima si prevede un rincaro automatico, a copertura di spese pubbliche già decise; poi si tenta di disinnescarlo. Nella versione della legge di Bilancio, l’Iva ordinaria è destinata a salire dal 22 al 25,2% dal 2020 (e poi al 26,5% dal 2021), mentre per quella al 10% si prevede un rialzo al 13%, sempre dal 2020.
Soffre di più il rincaro chi acquista maggiormente prodotti con aliquota al 22%, come ad esempio abbigliamento e calzature, ma anche arredi, bibite, vini e liquori. Al contrario, rimane più protetto chi spende molto per beni tassati al 4%, come pane, frutta e verdura. La clausola di salvaguardia fa lievitare anche l’aliquota al 10%, applicata su un vasto range di prodotti e servizi: dagli alimentari (carne, pesce, miele e dolciumi) ai lavori in casa, dal trasporto locale al tempo libero (ristoranti, cinema, teatri).
Il doppio ritocco dell’Iva vale 23,1 miliardi nel 2020. Detto diversamente, questa è la cifra che dev’essere reperita per scongiurarne l’aumento. Per ora tutte le forze politiche hanno smentito qualsiasi ipotesi di rialzo – così come una manovra correttiva – e c’è da aspettarsi che il trend rimarrà lo stesso almeno fino alle elezioni europee. Poi si vedrà. D’altra parte, l’esperienza degli anni scorsi insegna che gli incrementi dell’Iva sono stati quasi sempre sventati al fotofinish. E che, quando sono scattati, si è preferito toccare solo l’aliquota ordinaria (dal 20 al 21% nel 2011 e dal 21 al 22% nel 2013).

(da Il Sole 24 Ore)

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