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Lavoro domenicale,” pronti a rivedere la liberalizzazioni degli orari”

Pubblicato lunedì 25 giugno 2018

Il Governo potrebbe rivedere le regole sulle aperture festive dei negozi liberalizzate totalmente dal decreto Salva Italia a partire dal 2012: il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, si è infatti detto pronto ad aprire un tavolo per rivedere le norme del decreto Monti sulle aperture domenicali (e festive in generale) del commercio e su questo è scattata la polemica. Hanno espresso apprezzamento Confcommercio e i sindacati, mentre le associazioni dei consumatori hanno sottolineato come un intervento del genere rappresenterebbe un passo indietro.
Il tema è delicato e riguarda milioni di persone. Secondo gli ultimi dati Eurostat lavora la domenica “generalmente” in Italia il 15,2% degli occupati, quindi quasi 3,5 milioni tra tutti i settori. Nel commercio sono occupate nel complesso tre milioni di persone (ma non tutte impegnate nel lavoro festivo). Il Salva Italia prevede la liberalizzazione completa delle aperture lasciando quindi alle aziende la scelta sulle domeniche e i giorni festivi nei quali alzare la saracinesca.
Per quanto riguarda il lavoro il contratto del commercio prevede che le aziende possano chiedere di lavorare fino a 25 domeniche l’anno ai lavoratori per i quali il riposo settimanale è fissato di domenica. Per i giorni festivi infrasettimanali (Natale, Capodanno, 25 Aprile, eccetera) il lavoro non è mai obbligatorio ed è sempre previsto che il lavoratore volontariamente decida di dare la disponibilità. Naturalmente per il lavoro di domenica e per quello festivo è prevista una maggiorazione sulla retribuzione.
Sui giorni festivi è ferma al Senato una proposta di legge per la chiusura in 12 festività nazionali con una deroga massima per le aziende per l’apertura in sei festività. Possono rifiutare la prestazione domenicale e festiva in tutti i casi i genitori di bambini fino a tre anni o i lavoratori che assistono portatori di handicap e persone conviventi non autosufficienti.
Confcommercio condivide l’ipotesi di un intervento di regolazione delle aperture festive nel commercio, così come la Cisl: “è giusto – sottolinea la leader della Cisl, Annamaria Furlan – rivedere le norme sulla liberalizzazione selvaggia del commercio. È una battaglia che la Cisl conduce per tutelare la dignità del lavoro. Non esiste un diritto allo shopping. Va salvaguardata la volontarietà del lavoro domenicale e festivo”.
Di diverso avviso restano le associazioni dei consumatori: “È incredibile che con tutti i problemi che abbiamo in Italia – sottolinea l’Unione consumatori – si discuta ancora di togliere una norma di libertà che consente al commerciante di aprire quando vuole il suo negozio. Giù le mani dall’apertura libera dei negozi”.
Per il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, “specialmente in quelle aree del Paese in cui non abbiamo lavoro, la sfida è creare occupazione e lavoro e non depotenziare il lavoro. E quando c’è da lavorare ci sono alcuni settori che lavorano più la domenica e d’estate rispetto ad altri. E questo va tutelato nella logica sana e virtuosa del Paese. Pensiamo che la sfida sul lavoro sia la sfida del Paese e dobbiamo creare più lavoro e occupazione in ogni giorno della settimana”.
Confcommercio condivide l’ipotesi di un intervento di regolazione delle aperture festive nel commercio cambiando le norme del decreto Salva Italia di Monti che hanno deciso la liberalizzazione completa delle aperture dei negozi. “Le liberalizzazioni – commenta Enrico Postacchini, membro di Giunta con delega alle politiche commerciali – non hanno portato né maggiore fatturato né un incremento occupazionale. Il fatturato si è spalmato su più giorni nella settimana”. Secondo Postacchini le aperture domenicali sono a questo punto acquisite dal settore mentre sarebbe utile incidere su quelle delle festività nazionali. “C’è una proposta di legge ferma al Senato – spiega – per prevedere almeno sei chiusure su 12 festività individuate (Natale, Capodanno, eccetera). Sarebbe un primo passo contro l’eccesso di liberalizzazione”.

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